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Claudio Lugo/Impressive Ensemble
con Franco Di Francescantonio, voce narrante

YORUBA MOUTH, MOUTHS

Melologo da Ake. Gli anni dell’infanzia di Wole Soyinka
Con le voci delle donne yoruba che abitano la città occidental

Cura drammaturgica di Franco Di Francescantonio
Musica e sonorizzazioni di Claudio Lugo
Proiezioni multimediali di Roberto Merani

Impressive Ensemble
Michele Marelli – clarinetto, corno di bassetto
Claudio Lugo – saxofoni, sistema interattivo di elaborazione e spazializzazione del suono
Gianpiero Malfatto – trombone, trombone basso
Andrea Lanza – chitarra elettrica, live electronics
Corrado Sezzi – percussioni, oggetti sonori

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Aké è la storia di un'infanzia, la storia di un'educazione e di molteplici realtà che si incrociano nella formazione di un giovane uomo: romanzo autobiografico, o storia di un'iniziazione alla vita, fonde il sostrato mitico della realtà africana con la coscienza letteraria di un autore profondamente immerso nella cultura europea novecentesca. Come scrive Mario Baudino nella prefazione alla edizione Jaca Book, Soyinka è uno scrittore «assai 'occidentale' almeno per quanto riguarda le soluzioni stilistiche. In un romanzo come Aké pare di risentire non solo l'eco di tutte le fanciullezze, ma le note struggenti di una fanciullezza occidentale e novecentesca, quella che è rimasta la fanciullezza... Gli undici anni di fanciullezza raccontati in questo romanzo autobiografico sono anche la storia del diventare uomo, ma non solo. Sono la storia di un passaggio, d'una soglia che viene varcata dal paese incantato, dall'infanzia al mondo degli adulti, dal paese innocente alla civiltà urbana, dalla totalità indivisa alla differenza dei mondi: il terzo mondo, l'Occidente, ma tutto questo senza che il 'dopo' cancelli il 'prima'. Con la fine dell'infanzia, la fine della foresta, la fine, in un certo senso di Aké, finisce anche il libro. L’ultima pagina è la soglia, ma il piccolo Wole l’ha già vista di lontano».

Wole Soyínka è uno dei più grandi scrittori africani. Di etnia yoruba (una delle grandi dell’attuale Nigeria), narratore, poeta, drammaturgo e saggista tra i massimi del nostro tempo, Premio Nobel per la letteratura nel 1986, fermo oppositore del regime nigeriano, è intellettuale amatissimo dal suo popolo per la libertà del quale, pur esule, non ha mai smesso di lottare.
(dalle note di copertina per l’ edizione italiana, Jaca Book 1983)

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Yoruba mouth, mouths – le ragioni di un titolo)

Il riferimento alla bocca che narra, alla sua fisicità organica, rimanda al suono; è strumento di scrittura sonora, forma di trasmissione dei saperi propria alle civiltà di tradizione orale. Forzare, da occidentali, il testo di Aké ad uscire dalla pagina del libro stampato per esprimersi nella narrazione orale sostenuta dalla musica (melologo), ha il senso di evocare il ruolo, per noi imperscrutabile, del narratore africano che da Uno, in quanto Eletto, parla con voce collettiva; è Collettivo.

Bocche, quindi.
Tutto il romanzo Aké è fortemente pervaso dalla particolarissima presenza femminile alla vita sociale del piccolo villaggio yoruba; presenza garante di una società fortemente cooperativa e solidale, sia per quanto riguarda le relazioni tra umani, sia nel sostenere un mirabile e innato equilibrio tra villaggio e natura. Gli episodi eclatanti degli ultimi capitoli, come la grande e spontanea manifestazione femminile contro il Governatorato inglese che imponeva l’introduzione delle tasse, giudicate incomprensibili dagli autoctoni in quanto anacronistiche, e la telefonata di zia Beere, leader del movimento, a un’ufficiale inglese udita dal piccolo Wole mentre accusa l’occidente delle catastrofi atomiche di Hiroshima e Nagasaki, accadute perché “i giapponesi sono (per voi) solo uno sporco popolo giallo (…) conosco la mentalità bianca: giapponesi, cinesi, africani, siamo tutti sottouomini. Voi lancereste una bomba ad Abeokuta o su una qualsiasi delle vostre colonie se vi facesse comodo”, questi episodi ci segnalano il primato della coscienza femminile nel reagire coralmente allo smantellamento colonialista di ciò che ancora sopravviveva di un’antichissima, e nient’affatto primitiva, regola sociale.

Bocche femminili, quindi, andranno a tessere un contro-canto attuale (come coro di tragedia) alla bocca narrante la memoria di Aké; in quanto attualissimo è il dramma delle migliaia di donne nigeriane che fuggono perseguitate da un regime efferato e integralista, che ha cancellato uno straordinario poliedrico crogiuolo di culture dove cristianità e islam trovavano terreno di convivenza e di spontaneo sincretismo con l’antichissima religione animista, così ricca (un pantheon di più di 240 divinità!) da essere stata spesso paragonata all’Olimpo ellenico. Ma la diaspora dalla non più ospitale Nigeria le fa approdare alle nostre metropoli occidentali, dove divengono facili prede di condizioni sub-umane e coatte che prefigurano una nuova forma di schiavitù, esistenziale, totalizzante.

Ci si chiede quanto di quella regola sociale possa sopravvivere a condizioni così radicalmente sfavorevoli alla tramandarsi di una cultura. Abbiamo pensato a una inchiesta in forma di laboratorio. Proporremo a piccoli collettivi di nigeriane che abitano le nostre metropoli, contattati attraverso le associazioni che si occupano di migrazione, la lettura di alcuni passi di Aké (i più significativi per quanto riguarda il ruolo femminile nella vita sociale yoruba) e registreremo i commenti, lo scatenarsi della memoria della terra natale, le considerazioni sulla vita nella città occidentale, la perdita delle tradizioni native, la sofferenza della diaspora e tutto ciò che dalla lettura collettiva nascesse. Tutte queste voci-bocche verranno elaborate e spazializzate attorno al pubblico (e attorno a musicisti e attore), e come globo sonoro delimiteranno lo spazio della cosmogonia della performance, la contestualizzeranno alla difficoltà di convivenza multietnica congenita alla nostra realtà, come forte segno di richiamo alle nostre specifiche responsabilità.

La musica traccerà fili e reti relazionali tra la concretezza, anche cruda, del documento sonoro (le voci attuali delle donne nigeriane e i paesaggi urbani che le avvolgono) e l’evocazione dei suoni e delle voci emergenti dalla memoria della voce narrante (la vita quotidiana nel villaggio, la natura africana). Nessun riferimento didascalicamente folclorico alla pur ricchissima cultura musicale yoruba (che ha come strumento classico del rito il trio di tamburi batà) anche se le straordinariamente complesse e articolate sequenze poliritmiche che sostengono i canti dedicati a ciascuna divinità yoruba informeranno costantemente la azione musicale del quintetto, in un esercizio (difficile, oneroso) di adesione a strutture ritmico-sonore affatto aliene alla sensibilità del musicista occidentale.

Il dettaglio di una bocca di bimbo yoruba (in bianco e nero) verrà proiettata, fissa, sul tulle che copre il boccascena, lasciando trasparire il quintetto di musicisti e l’attore, mentre sullo schermo-fondale centinaia di bocche di donne nigeriane comporranno e ricomporranno di continuo collages coloratissimi, retro-proiettati e animati in automatico (come installazione) da un computer.

Dal romanzo verranno scelti i passi che segnano le tappe più significative nella formazione del piccolo protagonista, e potranno essere intrecciati sia con i testi dei canti sacri dedicati alle divinità citate nella narrazione (che occasioneranno l’esplicita espressione musicale delle sequenze ritmiche relative a quella specifica divinità), sia con la contaminazione di parole, frasi, frammenti di racconto delle donne yoruba intervistate, laddove le analogie (o il forte contrasto) lo richiedessero.

Lo spettacolo avrà una durata di circa 60 minuti.

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