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PREFAZIONE
di Gustavo Malvezzi
Quando Prospero e la Notte appaiono, alle soglie di un'opera che si annuncia come un "sogno", avvolti nella penombra delle loro nicchie/loculi a dialogare tramita i versi di un sonetto shakespeareano anch'esso permeato di ombre, oltre che di bagliori, la sensazione che prende è che la vera commedia sia già finita; di essere, cioè, spettatori arrivati troppo tardi ad una rappresentazione di cui aleggia ancora l'eco, dispersa nelle immagini frammentarie che affiorano attraverso le parole del dialogo. Comunque sia, l'inganno è programmatico nella "fantasia teatrale" di Claudio Lugo, ideata sulla scorta del Sogno di una notte di mezza estate.
Il "sistema di specchi concavi e convessi" che in Shkespeare - secondo le parole di Jan Kott - "riflettono, ingrandiscono e parodiano sempre la stessa situazione" vi è assunto come base strutturale e portato all'esasperazione.
I tre mondi attorno a cui ruotano i diversi momenti dell'opera - quello delle fate e degli elfi, quello dei nobili ateniesi, quello degli umili lavoratori - non solo vivono sulla scena di rimandi e scambi continui, ciò che è già mirabilmente presente nel dramma originale, ma giungono a compenetrarsi, per così dire, l'uno nell'altro, unificati nel tessuto musicale entro lo schema formale di un ampio, articolato concertato che occupa gran parte del secondo atto: un sogno nel Sogno, che che attraversa la mente di Puck sprofondato nel sonno dalla Notte, lui che solitamente non chiude occhio un istante, instancabile folletto un po' fauno, un po' demonio, un po' Arlecchino, impegnato a volare da un capo all'altro della terra, obbediente al suo signore Oberon, e mettere a segno le beffe più 'bislacche' alle spese di malcapitati destinatari.
Oggetto del sogno di Puck è un'antica storia di amore infelice - Piramo e Tisbe, vien fatto di pensare, ma potrebbe trattarsi di qualosiasi altra vicenda finita tragicamente - che egli vede ora riflessa nei tre differenti livelli di realtà, sottoposta ad un triplice travestimento formale ed espressivo. Del resto, Puck conosce già la storia; ne è insieme attore e spettatore, sul finire dell'atto precedente, in un jazz-pub del porto genovese, dove un gruppo di macchinisti teatrali vestiti in abiti clownwschi si ritrova la sera, reduce dalle prove, nel cittadino teatro del Dream, e tenta di mettere su un'operina - la trama è quella sognata da Puck - con l'aiuto di un'orchestrina e di una cantante, la Diva. Il riferimento al basso mondo raffigurato da Shakespeare è esplicito. I macchinisti portano gli stessi nomi degli artigiani londinesi, e anche se la Diva non si chiama Titania, un alone di mito in lei dovrà pur trasparire. Così, ad opera di Puck, il povero Bottom finirà beffardamente incappucciato, a sua insaputa, in una testa d'asino, ingombro di un'animalità che gli procura soprattutto scherno e dileggio. Apparentemente la scena procede come da copione. Il sonno vince gli astanti, la Diva si addormenta, per ultima, sotto gli occhi di Asino-Bottom che la contempla invaghito, dimentico forse del tragico amore testè rabberciato malamente sul rozzo palcoscenico di un jazz-pub. Accarezzando un sogno, si troverà a vivere un incubo, a specchiare la sua mostruosità nello sguardo inorridito di lei, in un risveglio squallido e senza prodigio.
Nessun attimo di gioia, sia pure per magia, nessuna illusione di felicità in questa operaSogno, figlia dell'inganno, attratta dal disincanto, dove le storie si ripetono amaramente identiche senza\alcuno scarto, in questo senso, tra finzione e realtà.
E allora Prospero, incontrato con la Notte alle soglie dell'opera, lo rivedremo in chiusura come un segnale di tragedia, e Ariele, che si insinua tra le scene iniziali - tra il palazzo dei nobili d'Atene e il bosco delle percussioni -, dove è assommata allusivamente la materia drammatica originaria, dove Puck non ancora attratto dai sogni si compiace di congegnare suonerie fantasmagoriche, Ariele, coi suoi passi misurati, riaffiorerà alla memoria come un annuncio di tempesta.
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