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Claudio Lugo / Impressive Trio

INFERNOTTO

da liriche di Guido Caserza

“Infernotto” nasce estemporaneamente. Dopo una breve performance del trio durante una serata dedicata a Claudio Lizza, a Palazzo Ducale, Genova, Guido Caserza regala ai musicisti copie della sua ultima pubblicazione, “Allegoriche”.
Due giorni dopo era stabilito che il trio (costola iconoclasta di Impressive Ensemble, il sestetto di Claudio Lugo) si trovasse a Cò de Verzi, in Val Fontanabuona, nel rifugio agreste di Andrea Ceccon, per una seduta di registrazione di musica improvvisata.
Avevamo il libro con noi. La galleria di personaggi di potere fotografati dalle liriche di Caserza ha da subito, per idem sentire, imposto l’agenda di lavoro, e nello spazio di una sera e una mattina il trio ha registrato nove dei tredici numeri pubblicati.
Tutto “buono alla prima”, tranne in un caso (che non sveliamo) per il quale si è dovuto ripetere causa falsa partenza del DAT. Per ogni track Ceccon ha letto una volta la lirica in oggetto agli altri due musicisti, appena prima di partire con l’esecuzione estemporanea; nessun’altra indicazione di tendenza, né orale, né scritta…

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GUIDO CASERZA // INFERNOTTO
(estratto pubblicato con il titolo “Liriche del potere – Galleria” in “Allegoriche”
Oédipus edizioni, Salerno/Milano, nov. 2001)

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TRE (L'IGNAZIO)

Parla dal fondo delle nari dove
s'impasta l'alito, facendo zuffa
il tetano gli cola dalle logge
dei denti ben grommati d'una muffa.
Nelle giostre del fegato gli latra
una bestia: da cent'anni l'appuzza
zoccolando come una triste capra
piangendo al buio dei malsani nodi
della corda. Ora, fiata Ignazio, s'apra
il tuo sfintere, spara i vecchi piombi.

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SEI (IL FERRARA)

Con fegato rabbioso rutta il pasto,
riprende a terra le sue molte cotiche,
il ventre largo che cola giù guasto
con una delle zanne tira ai lobi:
si insacca nell'avello della carne,
mentre trabocca il sacco di tre scroti
vuol gravida la fame d'altra fame
e ancora sazio si succhia la bocca.
Ferrara immondo agogna come cane:
l'ora del pasto dall’ano gli scocca.

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SETTE (IL FELTRI)

Grida il levriero sulla preda, butta
e sbalestra un sermone cubitale
come veltro che tende e rompe in futta
i lacci e i ceppi. Spruzza sangue anale
nell'arena il più vile emorroisso,
chiava i suoi verbi al pingue capitale:
vedo il suo volto aguzzo, brullo e scisso
scernere l'oche dalle scrofe: il fine
Feltri le fiche e le iene nell’imo
nutre e addottora con le nere rime.

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DIECI (IL MANCUSO)

Ogni tanto balugina l'inferno,
dalla strozza dello sterno Caina
gli guizza in bocca con idioma lercio:
è nel mio volto una fonda latrina,
io son di piombo e distillo ogni mestruo.
La nazione mi chiede buona urina,
crocifisso mi scoscio e mostro il destro
dei miei coglioni: godi mia Italia,
io son Mancuso, signor del tuo sterco,
sono l'asino che defeca e raglia.

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